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domenica, 05 luglio 2009
Katchikoi
vecchio guerriero Masai
sei vissuto sciamano e straccione
in stagioni di locuste e di grano
nell'eco di tamburi lontani
in radure di erba corta e cristallo
incendiato da un cielo cremisi
le mani di sale, le ciglia di foglia
in estati brillanti di sole
contando i tuoi figli nudi d'azzurro
i leoni dalla criniera smaltata.
Hai cacciato gazzelle e pantere
bisonti e giraffe
con l'assiegai dipinto di rosso
col tuo cuore di spiga brunita
in una bava di vento
in savane di allettante solitudine
ora è tempo di andare
ad abitare il canto dei grilli
in una Rif Valley abitata da angeli
in un castello di fango e di sabbia
in quel cielo africano di nuvole tonde
accompagnato dall'ultimo canto Dogon.


mercoledì, 01 luglio 2009
Dormono qui
Pablo e Matilde
con una scatola di perle per cuscino
una rosa gialla in mano
uguali nella voce
uguali nelle risposte del vento
si sono addormentati con la neve
nell'ombra iridescente della sera
tra un binario e la stazione 29
affacciati su un mare di corallo
dormono stretti
scalzi di cuore
nel loro amore affollato di farfalle
le unghie decorate di ciliegie
la luna appesa troppo in alto
dietro a un cancello di angeli d'estate.
Dormono come vecchi amanti
nel loro tempo di formiche
in una felicità di lucciole
pastori di stelle senza punte
con i cormorani che volano nel sogno
in cerchi arancio
i loro passi caduti dentro il sole
a dare forma alla memoria
in una croce di rubini da riempire.
L'ultimo orizzonte di un poeta.

versi di: neraorchidea alle ore 09:36 |
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categoria:poesie
domenica, 28 giugno 2009
"Di quella pianta non aveva mai saputo il nome. L'aveva trovata lì, su quel terrazzo assolato incastrato tra i tetti tegolosi del centro storico, quando era venuto a vivere in quella casa al terzo piano senza ascensore”.
Era una pianta strana, cresciuta in un paese senza nome, un paese dove si tirava avanti sommando caso al caso, dove si contavano le strade deserte, i contorni e le sfumature. Poi si restava in attesa. Era cresciuta poco distante, ai bordi di un fiume,vicino ad un villaggio dominato da un castello, con un anima che si muoveva all’unisono col vento, capendo che nulla vive ininterrottamente come il tempo. Così contava le ore, i giorni, i mesi, e a volte tutto era peso in quello scorrere lento, monotono, impalpabile come il sole e la luna,eppure capiva che tutto era connesso nel ciclo eterno della vita, e tutto diventava bellezza, un tutto costruito per la solitudine degli uomini quasi un capolavoro. Il suo nome non lo diceva a nessuno, ma si chiamava Viola, aveva le foglie morbide, rotonde, lanceolate, e un profumo strano, travolgente che ricordava l’infanzia, i mesi di marzo sui cigli della strada, quell’odore interiore di cose buone, da tenere in piedi, cosi’ scuoteva la corolla nell’erba alta per catturare la prima rugiada del mattino, è li in quella natura rigogliosa si sentiva felice. Amava la primavera, il grano il lampo e i tuoni, la forza del sole, ma anche le giornate di pioggia, le conciliate abitudini dello scorrere del tempo. Il suo cuore era grande, a volte traballante, con il battito mai uguale a se stesso, cercava emozioni nuove, e ogni tanto sognava di avere le ali per poter attraversare l’azzurro del cielo, il rosa delle nuvole, il rosso dei campi di papaveri. Avrebbe voluto avere uno specchio per poter guardare le sue belle foglie verde opaco, le sue sfumature vinaccia quelle che richiamavano il colore della carta vergata, si sarebbe vista bella tra l’erica e il caprifoglio in riva al fiume, la più bella di tutti in una strana parvenza di potere. Adorava vedere scorrere la notte, con quella luna furba che faceva capolino in cielo, a volte solo uno spicchio, a volte una palla lucente e piena, quella cosa li’, tutta luccicante, le ricordava la grandezza del mondo, e si addormentava languida ritirandosi nell’argine del fiume, sognando le cicogne che facevano il nido sugli alberi più alti. Poi e’ arrivato il tempo del dolore, all’improvviso quel benessere limpido è stato reciso, un giorno di pieno sole è stata colta, riposta su un terrazzo insieme a piante grasse e a un ficus beniamino. Ora non c’e’ più il fiume, nemmeno il canto degli uccelli a svegliarla la mattina, non sente più il vento che soffia raso terra, vede solo attraverso il vetro della finestra una tavola apparecchiata, l’unico suono e’ il rumore insopportabile di un televisore, i passi scontati degli umani che abitano quell’appartamento, i loro amori inventati sullo sfondo. C’è anche un gatto acciambellato sul davanzale, che dorme tutto il girono, grasso e triste come sta diventando lei. I giorni si ripetono vuoti, in uno strano malessere con la consapevolezza che niente è immutabile ,che la felicità per tutti è breve, il tempo si è fermato, è diventato solo una parentesi in un luogo che non le appartiene.Si sente piccola in una immobilità sfuggente, un po’ ridicola, piantata in quel vaso sbilenco, in quella casa di persone assenti. E’ come che non ci sia più, la vita si è attutita, si è smorzata piano piano è ferma o quasi in quel piccolo fascio di luce dove danza il pulviscolo. In una strana assenza di gravità. Però la pioggia la bagna ancora, il cielo a volte anche lì è azzurro, e vede lontano le prime foglie degli alberi che ingialliscono, poi cadono. Tutto questo le ricorda la sua vita di prima, il suo bosco pieno di ricci di castagne, i suoi campi di torba e di erba tagliata. Sente improvviso insieme alla pioggia che cade l’odore del legno, dei funghi d’acqua e allora cerca il conforto della malinconia per andare avanti, comprando un po’ di colore per quei giorni così sterili, comprando a un prezzo molto alto un po’ di dolorosa felicità, quella funambula che cammina su un filo.
Teso senza fine.

martedì, 23 giugno 2009
Scrivimi di te
Roberto
di quando camminavamo scalzi
sui tulipani rossi
contando bocche di leone
ciclopi in un gregge di cicale
raccontami delle aquile celesti
degli usignoli che cantavano sui larici all'imbrunire
dei nostri girotondi d'estate
dell'acqua e delle fate
ricordami
di quando mi nevicavi sulle dita
in una stagione di rubini e di farfalle
del gelato che si scioglieva sulle mani
dimmi che stai bene
anche se ora abbiamo il cuore nelle scarpe
la vita sotto i tacchi
biscotti e fiori secchi
dimmi che ci saranno altre stelle di Natale
anche se circoliamo con catene
e le sirene sono addormentate
su scogli di viole e di scorpioni
dimmi che voleremo ancora come aironi
che avremo rane smaltate sul comodino
il nostro cane biondo
e piccole pagliuzze d'oro
sulla tovaglia blu
la sera a cena.

mercoledì, 17 giugno 2009
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C’era una volta un cucciolo nero e marrone, gli occhi scuri e buoni, le orecchie morbide e arrotolate all’indietro, non aveva un nome ma sognava di vivere in un castello incantato al centro di un bosco, con una fata e tanti elfi saltellanti, sognava di correre tra l’erba rossastra ed i glicini ,arrivare fino all’orizzonte per trovare la pentola di rose, sognava il tempo degli usignoli e dei lecci, una vita piena di rondini, di fiori di stagione, lenta, passata a poltrire su una coperta di lana soffice. La realtà era ben diversa, il cucciolo viveva in una periferia di una grande città, in una casa squallida con piantine secche sul terrazzo, e stampe grigie alle pareti, l'unica sua compagnia era Egon il pesciolino rosso della boccia che nuotava tutto il giorno infelice in su e in giù.
Il padrone era sempre di umore cattivo, lavorava in una piccola fabbrica dietro casa, continuamente alla mercé di chi poteva offrirgli qualche altro lavoro per continuare a tirare avanti quella vita grama che conduceva.
I soldi erano sempre troppo pochi, i figli molti ed era un continuo contare qualcosa che non tornava mai. Aveva una moglie sciatta e quattro bimbi cresciuti male, taciturni e sgarbati che spesso prendevano a calci il cucciolo, mai contenti di nulla. Il padrone per sfuggire a questi giorni di buio, alla domenica si metteva il vestito della festa , andava in piazza a fare quattro chiacchiere con gli amici ed ad ubriacarsi al bar dell’angolo, quello vicino alla laguna piena di zanzare. E un brutto giorno era tornato a casa con lo stomaco pieno di vino e di cattiveria ,aveva rinchiuso il cucciolo in un sacchetto e l’aveva abbandonato in un bosco di sterpi lontano, come un sacco d’immondizia.
Non si era neanche voltato indietro, non aveva provato nessun rimorso, tanto era solo un cane. Faceva freddo e l'umidità gelava le ossa, il cucciolo si era liberato dal sacco e con gli occhi bagnati si era accucciato in un angolo dietro a una siepe d'alloro. Il vento faceva vibrare gli alberi che erano all'improvviso diventati neri, la nebbia galleggiava a filo di strada e la realtà si era trasformata in una grande ferita. Era inquieto, svuotato, in preda al panico, aveva fame e sete. Avrebbe voluto solo morire. Si era accucciato con le palpebre di piombo e il sonno clemente lo aveva trasportato nel regno di Morfeo. Il giorno dopo un pallido sole gli aveva accarezzato la pelle, gli occhi si erano aperti, quasi commossi di essere ancora vivi, aveva annusato i cespugli, e un po' indeciso sulle zampe si era messo in cammino. Aveva girovagato stanco e affamato per giorni interi, senza meta, senza orientamento, senza più ricordi,se non l'ultimo, quello di essere stato imprigionato in qualcosa di buio . Le gambe erano traballanti, ma il cielo era blu, c'erano la luna, le stelle e il vento soffiava ancora. Per ore intere aveva attraversato pianure desolate, fossati e paesi fino a trovarsi dopo migliaia di passi ai piedi di quel castello azzurro che aveva sempre sognato, disperso nel vento della brughiera. Là ci viveva una fata che si nutriva di latte di lumaca, adorava gli animali, aveva un lungo mantello nero splendente nelle notti di pioggia, girava a mezzanotte con lampade accese, suonando la cornamusa in una impervia nostalgia del suo passato. Conosceva mille storie di mare, il movimento delle onde, e aveva avuto sussultato in quella mattina di gelo quando affacciandosi alla finestra aveva visto sulla linea dell'orizzonte un cagnolino stremato in cerca d’ aiuto. Era sporco, il pelo a chiazze, sembrava un cane vecchio, ma gli occhi erano grandi, due occhi di tempesta che parlavano della cattiveria del mondo e chiedevano solo amore. La fata si era innamorata di quelle due pozze scure, aveva parlato, poi sorriso, si era presa cura di lui sciogliendosi in un lungo abbraccio. Le campane suonavano lontano, il calore della vita si era acceso e forse Dio da qualche parte aveva mischiato bene le sue carte. Le catene erano state spezzate, e ormai il cucciolo traboccava di felicità con quella strana fata dai capelli neri che viveva in un castello pieno di libri impilati e di cose strane. Si erano dissipate le tenebre, restava solo la luce.
Poi il tempo rotolava tra fogli ingialliti, l'inverno lasciava il posto alla primavera, il cucciolo è diventato adulto, la fata si è trasformata con una perfida magia in una donna che lavora tutto il giorno in un ufficio, una donna senza un attimo di tregua che corre di qua e di là in una città caotica, sempre piena di impegni e di cose da sistemare, il castello è diventato un appartamento al terzo piano, solo il loro amore è rimasto immutato, caldo e vivo come allora.. Sono andate perdute molte chiavi, sono state percorse molte strade ripide, c'è stato tanto caos, ma quella fata diventata donna ha capito che anche un semplice cucciolo può essere un tratto pianeggiante in questa vita in salita. E può avere la forma di una barca che ti aiuta ad attraversare il mare nei momenti bui, la stanchezza, il dolore. Un cucciolo può diventare una stella che brillerà per sempre.

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venerdì, 12 giugno 2009
Spegni la musica del blog prima di premere play
versi di: neraorchidea alle ore 09:43 |
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martedì, 09 giugno 2009
Mi arrotolo di buio
stasera
fuori le oscure sillabe del canto dei gufi
e il suo fiato di palinka
che si spinge tra le mie rocce
prosciuga la mia foce
rendendomi cera
il vento in bocca
i sogni caduti addosso
lo spazio delle mie carni che si allarga
tocco un sedia di paglia
i suoi occhi da rospo
le sue mani da boia
e lo sento
tortuoso verme
muoversi nel chiasso del vento
artigliato nudo sui miei fianchi
e la sento
la sua lingua di lumaca
le sue parole drenate piano
la pioggia battente sull'ardesia del tetto.
Cerco il sole
stasera
qui a Pristina
ma ho ossa spoglie
ginocchia tremanti
un fante nel mazzo di carte
e solo un aculeo sul cuore
rosso di neve.

sabato, 06 giugno 2009
Vendo amori a saldo
effimeri e languidi
fantocci ambulanti
ombre lunghe di pastori erranti
li vendo due per uno
quelli appoggiati a una finestra lontana
trasparenti nel ricordo
soli e ubriachi di vento
quelli con un canto a terra
la moglie e i figli
la fronte alta
i capelli scuri
quelli
che hanno camminato lentamente
col sapore della minestra riscaldata
noiosi e pallidi
posati piano nell'album delle mie rose
quelli che suonavano il pianoforte
con le corone di spine
l'onnnipotenza dei vinti
sbeccati di legno
piantati nel mio cuore come un tarlo
quelli con le virtù pacate
da un limite di quiete
con un valzer in tasca
un melograno in giardino
un Van Gogh alle pareti
li vendo senza rimpianti
sotto questa luna di brughiera
calpestando foglie d'erica
ascoltando il lamento fioco del gallo cedrone
arresa a questa vita
che ha mani da pianista
e sapore di fragole mature
ormai troppo lontane.

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